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Estremi:
Cassazione penale, 2016,
Classificazione:
  • Fatto

    RITENUTO I N FATTO

    1. Con sentenza in data 30 luglio 2014, il GIP presso il Tribunale di Torino ha condannato D.M., P.C., R.F.M., P.P. e L.N. per i reati loro rispettivamente ascritti.

    2. I fatti contestati riguardavano una complessa serie di condotte aventi origine in una serie di truffe operate anche tramite apparenti concorsi a premi televisivi che portavano i concorrenti - che credevano di partecipare a un quiz a versare somme sproporzionate al valore delle suonerie acquistate tramite telefonate a tariffazione maggiorata. Le somme così accumulate venivano in parte distratte e in parte fatte confluire in altre società da cui poi venivano ulteriormente distratte. All'esito delle singole distrazioni, alcuni dei sodali ( R., P. e L.) provvedevano - in tempi diversi e con riferimento a società diverse - far sparire le tracce del denaro stesso occultandone provenienza e destinazione. A tali condotte si affiancavano anche plurime operazioni riconducibili allo schema delle truffe carosello operate tramite false fatturazioni e ulteriori reati variamente accertati e rientranti nello schema dell'usura e della truffa. Per la commissione dei reati era predisposta una ampia struttura pluripersonale, in parte rimasta immutata per tutto il periodo di commissione dei fatti accertati, in parte costituita da soggetti che sono entrati a far parte del sodalizio allo specifico fine di gestire e far sparire il danaro provento dei precedenti reati e a proporne di nuovi.

    In particolare, il D. è stato condannato per la fattispecie associativa, plurimi fatti di bancarotta nonchè per false fatturazioni, usura ed estorsioni; il P. è stato condannato per la fattispecie associativa, false fatturazioni e plurimi fatti di bancarotta; il R. è stato condannato per plurimi fatti di riciclaggio; il L. per plurimi fatti di riciclaggio e per una fattispecie di...

  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    8. Deve preliminarmente disattendersi la prospettazione proposta dal P.G. e ribadita da alcune difese anche in sede di discussione orale per cui non sarebbe possibile ipotizzare un delitto di riciclaggio compiuto prima della consumazione del reato presupposto.

    L'assunto è suggestivo ma destituito di fondamento.

    La consumazione dei reati fallimentari di cui alla L. Fall., artt. 216 - 223 corrisponde alla data della sentenza dichiarativa del fallimento. Le distrazioni dei beni sono solitamente precedenti. In queste ipotesi, prima ancora che possa ipotizzarsi la sussistenza di un reato di bancarotta per distrazione, le medesime condotte costituiscono altrettante ipotesi di appropriazione indebita, penalmente rilevanti e idonee a costituire reato presupposto per l'ulteriore condotta di riciclaggio. L'attività del riciclatore è successiva a tale impossessamento ed è funzionale a uno specifico interesse di colui che ha distratto le somme (o i beni); quello di impedire che possa individuarsi la provenienza delle utilità patrimoniali. In questi casi, così come nel caso de quo, il delitto di riciclaggio ha come reato presupposto un impossessamento di utilità patrimoniali della società qualificabile come appropriazione indebita, consumato al momento in cui l'utilità patrimoniale esce dalla sfera giuridica della compagine societaria. Se il danaro o i beni escono dalla sfera giuridica della società senza alcun titolo giustificativo, sussiste una appropriazione indebita (da parte dell'amministratore o del soggetto intraneo) e la successiva condotta di chi "fa perdere le tracce" dei beni medesimi costituisce riciclaggio. E' ben possibile poi che il titolo del reato presupposto venga a mutare posto che - sopravvenuto il fallimento della società - l'originaria appropriazione indebita debba essere qualificata in termini di bancarotta per distrazione. Infatti, il reato di bancarotta fraudolenta...

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