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  • Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. Con la sentenza impugnata la Corte d'appello di Firenze, in data 3 maggio 2013, ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Prato, in data 25 giugno 2010, che aveva condannato G.F. e C.R. alla pena di giustizia per i reati di bancarotta fraudolenta documentale e per distrazione, assolvendo - per insussistenza del fatto - il solo G. per la distrazione della somma di Euro 30.509.

    I fatti di bancarotta si riferiscono all'attività della S.r.l.

    ARCHIMEDIA 2000 Costruzioni Generali, dichiarata fallita dal Tribunale di Prato in data (OMISSIS). Il C. è stato tratto a giudizio quale amministratore di fatto.

    2. Ha proposto ricorso l'imputato C.R., deducendo i seguenti otto motivi.

    2.1 Violazione di legge e vizio di motivazione.

    Deduce il ricorrente che la società fallita non ha mai concretamente operato, perchè, sebbene sia rimasta in vita per due anni rispetto alla data del fallimento, non ha compiuto atti di gestione, limitandosi a valutare i presupposti per procedere ad un intervento edilizio e ad ottenere un mutuo di scopo, mai "usufruito", per procedere poi all'attività edificatoria programmata. In ragione di ciò sarebbero carenti i presupposti perchè la società possa essere qualificata come imprenditore per l'assenza di un'attività continuativa. Il fallimento della società fu dichiarato - secondo il ricorrente - inaudita altera parte, sicchè ciò che non fu dedotto in sede civile può essere dedotto in questa sede, in via del tutto incidentale onde evitare un'ingiusta applicazione della legge penale.

    2.2. Violazione di legge sotto il profilo dell'insussistenza del dolo e dell'insussistenza del nesso causale tra condotta e dichiarazione di fallimento. Secondo il ricorrente i giudici del...

  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    Il ricorso è infondato e, di conseguenza, va rigettato.

    1. Con il primo motivo il ricorrente ha dedotto che non sarebbe configurabile il reato di bancarotta, perchè la società fallita non ha mai concretamente operato e, in ragione di ciò, sarebbero carenti i presupposti perchè la stessa società possa essere qualificata come imprenditore.

    L'assunto è manifestamente infondato.

    La giurisprudenza di questa Corte ha ormai condivisibilmente chiarito che "il giudice penale investito del giudizio relativo a reati di bancarotta ex R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 216 e segg. non può sindacare la sentenza dichiarativa di fallimento, quanto al presupposto oggettivo dello stato di insolvenza dell'impresa e ai presupposti soggettivi inerenti alle condizioni previste per la fallibilità dell'imprenditore, sicchè le modifiche apportate al R.D. n. 267 del 1942, art. 1, dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, non esercitano influenza ai sensi dell'art. 2 c.p. sui procedimenti penali in corso. (Sez. U, n. 19601 del 28/02/2008 - dep. 15/05/2008, Niccoli, Rv. 239398; e, tra le tante, Sez. 5, n. 40404 del 08/05/2009 - dep. 16/10/2009, Melucci, Rv. 245427; Sez. 5, n. 9279 del 08/01/2009 - dep. 02/03/2009, Carottini, Rv. 243160).

    L'anzidetto orientamento interpretativo va ribadito in questa sede, non ravvisandosi ragione alcuna per discostarsene; nè a tal fine può assumere alcun rilievo quanto, peraltro, solo dedotto dal ricorrente in ordine alla circostanza che dinanzi al giudice civile non sarebbero stati rappresentati i motivi relativi alla non fallibilità della società.

    2. Con il secondo motivo è stata denunziata la violazione di legge sotto il profilo dell'insussistenza del dolo e dell'insussistenza del nesso causale...

Correlazioni:

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