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Estremi:
Cassazione civile, 2014,
  • Fatto

    ESPOSIZIONE DEL FATTO

    Con sentenza del 19 giugno 2012 il Tribunale di Busto Arsizio dichiarò il fallimento della Costruzioni Generali Scavi s.r.l., su istanza della Sicef-Società Italiana Costruzioni Edilferro s.p.a., dopo avere rigettato con decreto coevo una domanda di omologazione di concordato preventivo presentata dalla medesima Costruzioni Generali Scavi.

    Il successivo reclamo della fallita fu respinto dalla Corte d'appello di Milano con sentenza del 21 gennaio 2013.

    La corte osservò che solo dalla lettura della relazione del commissario giudiziale L. Fall., ex art. 172, i creditori erano venuti a conoscenza del fatto che la società debitrice, già in situazione finanziaria critica, aveva distribuito utili, in forza della delibera assembleare del 6 ottobre 2010, per il rilevante ammontare di Euro 430.000,00; che, inoltre, la società aveva definito un contenzioso in corso, avente ad oggetto un appalto da essa eseguito, mediante una transazione di contenuto pregiudizievole, con cui era stata riconosciuta alla committente Leonidàs House s.p.a. la somma di Euro 1.886.000,00 per lavori non eseguiti ed una penale per il ritardo, laddove, in considerazione delle proroghe ottenute e dei difetti contestati ma non accertati, sarebbe stato solo giustificato un minore addebito di Euro 300.000; che, per di più, opere extra contratto per il valore di Euro 3.586.000,00, oltre all'Iva, erano state ivi compensate con il ben più modesto importo di Euro 786.000,00; che neppure era stata indicata, nella proposta di concordato preventivo, l'esistenza di ulteriori crediti vantati da due società per complessivi Euro 500.000,00, a nulla rilevando che tali crediti fossero contestati e non accertati giudizialmente.

    In tali comportamenti la corte territoriale, anche alla luce degli stretti rapporti della...

  • Diritto

    RAGIONI DELLA DECISIONE

    1. La ricorrente deduce anzitutto la violazione della L. Fall., art. 173, contestando che possa ritenersi in frode ai creditori un accordo transattivo da essa stipulato con la controparte a definizione di un complesso contenzioso che ai creditori era stato reso noto.

    Nega poi rilevanza, sempre ai fini dell'applicazione del citato art. 173, alla mancata menzione di due crediti, contestati e non ancora giudizialmente accertati. Nucleo centrale dell'iter argomentativo a sostegno della censura è l'affermata natura contrattuale del concordato preventivo, espressione di un accordo riconducibile all'autonomia negoziale e, come tale, insindacabile dal giudice, una volta accertato che i creditori siano stati informati della situazione patrimoniale attuale della loro debitrice.

    All'approvazione dei creditori non si potrebbe sovrapporre alcun controllo di tipo dirigistico operato dal tribunale: neppure in presenza di atti distrattivi del patrimonio, se commessi in data anteriore all'apertura della procedura, allorchè i creditori, prima della libera espressione del loro voto in assemblea, ne abbiano comunque acquisito conoscenza - come nella specie - per mezzo della relazione del commissario giudiziale.

    La ricorrente contesta poi - anche sotto il profilo della carenza di motivazione - la natura fraudolenta degli atti sottoposti a scrutinio dalla corte milanese, negando che la distribuzione degli utili, l'accordo transattivo con la committente Leonidàs House s.p.a. e l'omessa inclusione nella situazione patrimoniale di crediti contestati possano iscriversi nel novero degli "altri atti di frode" contemplati nella previsione di chiusura della prima parte del citato art. 173, comma 1.

    2. Il ricorso, nella parte in cui denuncia violazioni di legge, non appare...

Correlazioni:

Note a sentenza (1)

Legislazione Correlata (2)

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