ATTENZIONE: stai consultando la versione GRATUITA della Bancadati. Per accedere alla versione completa abbonati subito

  • Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    1. La Corte di Appello di Palermo con sentenza del 24 giugno 2011, ha confermato la sentenza del GUP presso il Tribunale di Trapani del 22 ottobre 2009 che aveva condannato, tra gli altri, P.L. per i reati di bancarotta fraudolenta per distrazione e documentale quale amministratore di fatto della ditta individuale T. F., dichiarata fallita il (OMISSIS).

    2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l'imputato, a mezzo del proprio difensore, il quale lamenta:

    a) l'inosservanza della legge penale in merito all'inutilizzabilità delle dichiarazioni dei coimputati T. e F. rese in sede di sommarie informazioni testimoniali alla Guardia di Finanza operante;

    b) una violazione di legge e la illogicità manifesta della motivazione in merito all'accertamento della sua penale responsabilità per gli ascritti reati quale amministratore di fatto della ditta fallita;

    c) una violazione di legge e una motivazione illogica in merito alla mancata concessione dell'attenuante della L. Fall., art. 219, u.c., e cioè del danno di speciale tenuità;

    d) una violazione di legge in merito al mancato accertamento della nullità della sentenza di primo grado per contraddittorietà tra motivazione e dispositivo in merito alla concessione delle attenuanti generiche equivalenti e non prevalenti.

  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. Il ricorso non è meritevole di accoglimento.

    2. Il primo motivo è del tutto pretestuoso in quanto l'affermazione della penale responsabilità dell'imputato non è avvenuta esclusivamente sulla base delle indicate dichiarazioni testimoniali (v, pagina 47 della motivazione: "le emergenze processuali sopra illustrate hanno evidenziato la sussistenza della società occulta con il T. e il F. pur prescindendo dalle dichiarazioni rese alla P.G. dal F. e dal T.") bensì su di un ponderoso compendio istruttorio, tra cui spiccano le medesime dichiarazioni confessorie rese dall'imputato al curatore fallimentare, del tutto utilizzabili come pacificamente affermato da questa stessa Sezione.

    Invero, le dichiarazioni rese dal fallito al curatore non sono soggette alla disciplina di cui all'art. 63 c.p.p., comma 2, che prevede la inutilizzabilità delle dichiarazioni rese all'Autorità Giudiziaria o alla Polizia Giudiziaria da chi, sin dall'inizio, avrebbe dovuto essere sentito in qualità di imputato, in quanto il curatore non rientra in queste categorie e la sua attività non può farsi rientrare nella previsione di cui all'art. 220 norme coord. c.p.p., che concerne le attività ispettive e di vigilanza (v. da ultimo Cass. Sez. 5, 18 aprile 2008 n. 36593).

    3. Il secondo motivo di ricorso mira, da un lato, a dare dei fatti una ricostruzione contraria a quella ritenuta nell'impugnata sentenza, che in questa sede di legittimità non è consentito riesaminare e, d'altra parte, a riprodurre i motivi di appello, già contrastati dalla Corte territoriale.

    A ciò si aggiunga come, in tema di ricorso per cassazione, quando ci si trovi dinanzi a una "doppia pronuncia conforme" e cioè a una doppia pronuncia (in primo e in secondo grado) di...

Correlazioni:

Legislazione Correlata (4)

please wait

Caricamento in corso...

please wait

Caricamento in corso...