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Estremi:
Cassazione penale, 2012,
  • Fatto

    RILEVATO IN FATTO

    1. Con la sentenza di cui in epigrafe, la corte d'appello di L'Aquila, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, ha, per quanto in questa sede rileva, confermato la affermazione di responsabilità nei confronti di V.M., P. A., Pa.Se. in ordine ai delitti per i quali era intervenuta condanna in primo grado (concorso in bancarotta fraudolenta documentale, relativa al fallimento delle S.r.l SMP, MTM, PHT, TECHNOTRASME, concorso in bancarotta fraudolenta distrattiva in relazione al fallimento della S.r.l. SMP) e, riconosciute a tutti le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate, esclusa per Pa. la continuazione, ha rideterminato la pena per V. e P. in anni tre e mesi due di reclusione e per Pa. in anni tre di reclusione, confermando nel resto e confermando, quindi, anche le statuizioni civili.

    2. Ricorrono per cassazione i tre predetti.

    Pa. deduce violazione dell'art. 29 c.p., atteso che la corte d'appello, riducendo la pena da sei anni di reclusione a tre anni e tre mesi, ha erroneamente mantenuto la pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ciò integra violazione di legge. Con memoria ex art. 121 c.p.p., depositata il 22 maggio 2012, la difesa di questo imputato ha inteso far rilevare la intervenuta prescrizione, atteso che: 1) deve essere applicato il nuovo regime dell'art. 157 c.p., 2) per la bancarotta impropria, non può essere applicata la aggravante di cui alla L. Fall., art. 219, 3) conseguentemente le attenuanti generiche non possono essere considerate equivalenti ad un'aggravante non contestabile; esse sono pertanto prevalenti, 4) nel caso in esame, il tempo necessario a prescrivere il reato è di 10 anni, più un quarto, vale a dire di 12 anni e sei ...

  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    1. La censura comune avanzata da P. e V. è manifestamente infondata e, oltretutto, generica.

    Come lo stesso P. ammette, sarebbe necessaria un'attività esplorativa da parte di questa corte di legittimità volta ad accertare se e quali atti siano stati eventualmente sottratti alla conoscenza delle difese. In pratica si chiede alla corte di cassazione una attività che non solo non è consentita (nè le è congeniale), ma, anche nel caso in esame, sarebbe anche impossibile.

    Peraltro, è da rilevare che si legge nella sentenza di secondo grado (fol.6) che detti atti non sarebbero stati disponibili neanche per il CT. Non si comprende quindi come costui avrebbe potuto utilizzare per la sua relazione atti che non ha visto. Resta il fatto che i ricorrenti non indicano, nemmeno per sommi capi, di quali atti si tratterebbe e, conseguentemente, neanche chiariscono quale sarebbe stata la loro rilevanza.

    2. Quale che sia l'autorevole opinione del giudice di merito (Trib.

    Catanzaro), citato a conforto della tesi della assoluta nullità (tanto del rinvio a giudizio quanto della sentenza di merito, resta il fatto che la giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che la mancata messa a disposizione degli imputati e delle difese di elementi eventualmente emersi nel corso delle indagini preliminari comporta niente altro che la loro inutilizzabilità nelle fasi successive. Come si è già detto, tuttavia, la sentenza di appello afferma che neanche il CT avrebbe conosciuto e quindi utilizzato questi (niente affatto identificati) atti sottratti alla conoscenza delle parti del procedimento.

    3. Manifestamente infondata è anche la censura di cui al punto 2) del ricorso P., atteso che l'art. 2634 c.c. prevede che non è ingiusto il ...

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