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  • Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    P.F.I. convenne, davanti al Pretore di Salerno, D.M.G., titolare della pellicceria Barbara, per la condanna al rifacimento delle maniche di una pelliccia di linee con l'impiego di pelli nuove, per la cui opera, nel mese di dicembre dell'anno 1985, aveva dato incarico al convenuto, (pagandogli come corrispettivo tre milioni di lire). A sostegno della domanda affermò che, nei primi giorni del dicembre 1991, aveva accertato che le maniche della pelliccia non erano nuove, ma erano quelle originarie rigenerate.

    Il convenuto eccepì l'improponibilità della domanda per l'inosservanza, da parte della acquirente, dei termini di decadenza e prescrizione fissati dall'art. 1495 del codice civile.

    Il Pretore, sul presupposto che tra le parti era stato concluso un contratto di compravendita, rigettò la domanda, con sentenza dell'undici giugno 1998, in accoglimento dell'eccezione del convenuto. La soccombente propose appello sostenendo che il Pretore era incorso in errore perchè aveva applicato la norma dell'art. 1495 cod. civ., mentre, vertendosi in un caso di vendita di aliud pro alio, avrebbe dovuto ritenere l'operatività della prescrizione ordinaria decennale che non si era ancora verificata.

    Il Tribunale di Salerno, con sentenza del 19 maggio 2001, sia pure con motivazione diversa, ha confermato la pronuncia di primo grado.

    Secondo il Tribunale tra le parti era stato concluso un contratto d'opera disciplinato dall'art. 2226 del codice civile, perchè dalla prova per testimoni era risultato che la Pomponio si era recata presso la pellicceria Barbara non per acquistare un capo nuovo, ma per far trasformare una sua pelliccia da cappotto a giaccone. Quella della pellicceria aveva, pertanto, la natura giuridica di prestazione d'opera artigianale per il rifacimento del capo e non già quella di vendita delle pelli che, a sua cura, la Pomponio avrebbe dovuto, eventualmente, far sostituire da altri al vecchio cappotto di...

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  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    Col primo motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell'art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, nonchè omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, perchè il tribunale ha sostituito di ufficio la domanda di risoluzione del contratto di compravendita per vendita di aliud pro alio, con quella di inadempimento del contratto d'opera, che non era stata proposta dalla Pomponio, in tal modo interferendo arbitrariamente sul potere dispositivo della parte.

    Deduce la ricorrente che il tribunale, interferendo nel potere dispositivo delle parti, ha alterato di sua iniziativa il petitum ed ha sostituito l'azione proposta dall'attrice con una diversa, fondata su un'altra causa petendi, con un nuovo tema di indagini, apertamente violando il principio della corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato.

    Col secondo motivo la ricorrente denuncia violazione degli artt. 99, 329, 345, 342 e 434 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, nonchè omessa ed insufficiente motivazione, perchè il tribunale non avrebbe potuto mutare di ufficio la qualificazione giuridica della domanda data dal pretore, in assenza di un motivo d'impugnazione specifico della parte.

    I due motivi, che per la loro connessione logica possono essere esaminati congiuntamente, sono infondati. E' giurisprudenza di questa Corte che, quando la qualificazione giuridica dei fatti costituisce esclusivamente una premessa logica della decisione di merito e non una questione formante oggetto di una specifica ed autonoma controversia, l'oggetto della pronuncia del giudice è costituito esclusivamente dalla attribuzione o dalla non attribuzione del bene della vita conteso, onde il giudicato si forma sull'accoglimento o sul rigetto della domanda e soltanto in via indiretta e mediata sulle premesse meramente logiche della decisione; con la conseguenza che, se viene impugnata la pronuncia di merito, il giudice...

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