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  • Fatto

    Svolgimento del processo

    Con ricorso depositato il primo giugno 1990 il curatore del fallimento della C.O.P.P.E.R., società cooperativa a r.l., chiese che fosse dichiarato il fallimento del signor P. C., quale socio occulto e sovrano della fallita società C.O.P.P.E.R., e comunque quale imprenditore commerciale in proprio.

    Con sentenza del 23 luglio 1990 il Tribunale di Bologna dichiarò il fallimento del C., ritenendolo imprenditore commerciale in stato d'insolvenza.

    Contro tale pronunzia il signor P. C. propose opposizione ai sensi dell'art.18 della L.F., deducendo: a) che egli doveva essere considerato imprenditore agricolo, ai sensi dell'art. 2135 c.c., e, come tale, non soggetto alla legge fallimentare; b) che, in ogni caso, non vi era prova del suo stato d'insolvenza.

    Il fallimento del C. chiese il rigetto dell'opposizione, mentre il creditore istante (fallimento C.O.P.P.E.R.) restò contumace.

    All'esito dell'istruzione, nel corso della quale furono espletate le prove testimoniali dedotte dalle parti, il Tribunale di Bologna, con sentenza depositata il 19 giugno 1991, rigettò l'opposizione e condannò l'opponente al pagamento delle spese giudiziali in favore della curatela.

    I primi giudici, dopo avere affermato che lo stato d'insolvenza del C. era documentato dalle numerose iscrizioni d'ipoteca volontaria e giudiziale e dalle risultanze dello stato passivo, ritennero che in concreto il fallito avesse svolto attività di allevatore di conigli da pelliccia e che, in ogni caso, dovesse escludersi la connessione di detta attività con quella d'imprenditore agricolo.

    Sostennero che la finalità dell'allevamento, infatti, non era quella di sopperire a necessità alimentari o di mantenimento della specie animale ma di produrre pelli destinate alla trasformazione e all'utilizzo in sede industriale. Dedussero che la circostanza, risultante dalle deposizioni dei testi assunti, che l'attività d'imprenditore...

  • Diritto

    Motivi della decisione

    Con il primo mezzo di cassazione il ricorrente denunzia insufficiente considerazione di prove vertenti su fatti decisivi della controversia (art. 360, n. 3, c.p,c.). e omessa. insufficiente, contraddittoria motivazione (art. 360, n. 5, c.p.c.).

    La Corte territoriale, nel confermare la sentenza di primo grado, avrebbe disatteso i risultati della c.t.u. per basare gli argomenti a favore del fallimento C. su erronea interpretazione dei documenti prodotti in causa.

    L'accertamento tecnico, invero, avrebbe provato l'insussistenza del presupposto di fatto sul quale il tribunale aveva dichiarato il fallimento (i primi giudici avrebbero erroneamente affermato che l'allevamento del C. era di natura industriale, riguardando conigli da pelliccia e non da carne), ma ad onta di ciò i giudici del gravame avrebbero confermato la sentenza del detto tribunale.

    Peraltro la motivazione con la quale la Corte di appello si sarebbe discostata dalla consulenza di ufficio risulterebbe insufficiente ed erronea. La Corte di merito, per negare che il C. avesse condotto un allevamento finalizzato alla produzione di conigli da carne, si sarebbe basata su mere congetture e su erronea interpretazione di documenti agli atti. L'errore riguarderebbe, in modo specifico, le bolle relative al preteso conferimento alla C.O.P.P.E.R. da parte del C. di 174.776 pelli, poiché un'attenta lettura dei documenti avrebbe consentito di accertare che soltanto alcune bolle si sarebbero riferite: a pelli conferite, mentre le restanti avrebbero avuto valore di pro - memoria di una eventuale disponibilità di pelli da concordare all'occorrenza, costituendo quindi una "opzione" di conferimento di pelli alla società e non documenti di consegna. L'errore di valutazione sarebbe facilmente dimostrabile attraverso i calcoli esposti in ricorso. mentre il calcolo effettuato dalla Corte territoriale non troverebbe adeguata motivazione rispetto ai dati...

Correlazioni:

Note a sentenza (1)

Legislazione Correlata (3)

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