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Estremi:
Cassazione civile, 1997,
Classificazione:
  • Fatto

    Svolgimento del processo

    Andolfo Ottavio e Fioretto Licidia si opponevano al decreto ingiuntivo emesso il 13 gennaio 1986 a favore della Banca Cattolica del Veneto deducendo che il contratto di fidejussione a favore di Ambrosi Renzo, in virtù del quale la creditrice aveva agito, non si era perfezionato, a causa della mancata accettazione della loro proposta; che la fidejussione era nulla per indeterminatezza dell'oggetto, attenendo ad obbligazioni future e si era comunque estinta a norma dell'art. 1956 C.C..

    Si costituiva la Banca, assumendo l'infondatezza dell'opposizione, che infatti il Tribunale di Padova rigettava con sentenza del 27.12.1988.

    La Corte d'Appello di Venezia, con sentenza del 7.3.1994, accogliendo invece il terzo motivo dell'impugnazione proposta dall' Andolfo e dalla Fioretto, revocava il decreto, dichiarando i predetti liberati da ogni obbligazione ai sensi dell'art. 1956 C.C., sul rilievo che, in violazione dei principi generali di correttezza e buona fede, la Banca aveva continuato i rapporti di fido col debitore garantito per tutto l'anno 1985, nonostante l'ammontare sempre più consistente degli scoperti e il di lui generale stato di insolvenza, culminato nella dichiarazioni di fallimento dell'8 gennaio 1986.

    Ricorre per la cassazione di tale sentenza la S.p.A. Banco Ambrosiano Veneto, formulando due censure, cui risponde il solo Andolfo con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria illustrativa.

  • Diritto

    Motivi della decisione

    Col primo motivo (violazione dell'art. 345, in relazione all'art. 360 n. 3 C.P.C.) la Banca ricorrente assume che, mentre in primo grado i fidejussori avevano sostenuto la nullità della clausola di rinuncia ad avvalersi della liberazione ai sensi dell'art. 1956 C.C. (concessione di credito al terzo in precarie condizioni patrimoniali senza la speciale autorizzazione del fidejussore), in quanto asseritamente contraria a norme imperative, in secondo grado introdussero un tema del tutto nuovo, ossia quello della violazione, da parte della Banca, dei canoni di correttezza e buona fede, per aver continuato a far credito all' Ambrosi, nonostante il suo sopravvenuto stato d'insolvenza. In tal modo i debitori avrebbero operato non una semplice "emendatio" bensì una "mutatio libelli", e la Corte d'Appello, accogliendo tale domanda nuova, avrebbe disatteso il divieto, di ordine pubblico, sancito nell'art. 345 C.P.C..

    Col secondo motivo (omessa o insufficiente motivazione sul punto decisivo concernente l'accertamento della conoscenza, da parte della Banca, dello stato d'insolvenza dell' Ambrosi : art. 360 n. 5 C.P.C.), la ricorrente si duole che la Corte territoriale abbia ritenuto violati i principi di correttezza e buona fede nell'esecuzione del rapporto senza affatto preoccuparsi di accertare l'elemento psicologico che è alla base di tale pretesa violazione, ossia la consapevolezza dello stato di irreversibile decozione dell' Ambrosi, per giunta utilizzando, ai fini della decisione, un dato di fatto (il fallimento dell' Ambrosi, dichiarato l'8 gennaio 1986) dedotto dai debitori appellanti per la prima volta nella comparsa conclusionale.

    Osserva la Corte che entrambe le censure sono infondate. Quanto alla prima, concernente un "error in procedendo" che legittima in questa sede il diretto esame degli atti processuali, rilevasi che...

Correlazioni:

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