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  • Fatto

    Svolgimento del processo

    Il giudice delegato del fallimento di C. G., dichiarato il 29.4.1998 dal Tribunale di Reggio Calabria, ammise in via privilegiata con decreto 2.12.1994 il credito di L. 200.000.000 oltre Iva e Cap, fatto valere con ricorso tardivo ex art. 101 L.F. dall'avv. M. C., che aveva dedotto di avere curato, giusta convenzione del 31.5.1981, tutti gli affari del fallimento, in sede contenziosa e stragiudiziale, per i quali era stato fissato un compenso forfettario di L. 12.000.000 annui per l'attività stragiudiziale e per la contenziosa il compenso che sarebbe stato liquidato a conclusione di ciascun giudizio.

    Dei crediti maturati propose la liquidazione equitativa, assumendo che essa fosse nell'interesse della massa fallimentare, perché ben maggiore sarebbe stato l'importo, se si fosse proceduto attraverso le singole note specifiche corredate dai pareri dell'ordine professionale, e addusse a fondamento del privilegio invocato di avere operato in regime di parasubordinazione; chiese infine la rivalutazione monetaria e il riconoscimento del trattamento di fine rapporto.

    L'ammissione fu impugnata ai sensi dell'art. 100 L. F. da C. A., creditore ammesso in via privilegiata, con l'assunto che la pretesa di credito non era provata; che il credito non fosse privilegiato e che era comunque prescritto.

    Il C. eccepì la inammissibilità, improcedibilità ed infondatezza del ricorso e chiese che i suoi crediti fossero rideterminati in misura superiore a quanto prima richiesto.

    Nel giudizio si costituì, aderendo alla impugnazione, il curatore speciale dr. Francesco De Domenico nominato ad istanza del P.M. presso il Tribunale di Reggio Calabria, in considerazione del conflitto di interessi in cui versava il curatore fallimentare che, per non essersi costituito nel giudizio di impugnazione, nell'interesse del fallimento, era stato sottoposto a procedimento penale.

    Nella udienza fissata, tuttavia, il creditore...

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  • Diritto

    Motivi della decisione

    Con il primo motivo il ricorrente principale denunzia la violazione e falsa applicazione dell'art. 325 c.p.c. e degli artt. 99 V comma e 100 IV comma L.F. e lamenta la omessa dichiarazione di inammissibilità dell'appello, per erronea qualificazione del procedimento.

    Deduce che la corte di appello abbia errato nella applicazione all'appello dell'avv. C. del termine ordinario di trenta giorni, in luogo di quello abbreviato di 15, previsto dall'art. 99 V comma L.F., richiamato dall'art. 100; e ciò abbia fatto, richiamando le disposizioni processuali sulla insinuazione tardiva, ma non considerando che il credito era stato sì insinuato tardivamente, ma in via precontenziosa, e che la controversia sull'accertamento del passivo era quella sorta successivamente per iniziativa del C., creditore ammesso al passivo, sulla quale nessuna rilevanza esercitava la tardività o tempestività della ammissione contestata.

    Conseguentemente il termine per l'appello era quello previsto dall'art. 99 citato.

    Con il secondo si denunziano la violazione e falsa applicazione dell'art. 306 c.p.c., in relazione all'art. 100 L.F..

    Assume il ricorrente che il curatore è parte nel procedimento di verifica dei crediti, quanto meno una volta che il giudizio di impugnazione sia stato instaurato, tant'è che l'art. 100 terzo comma prevede l'accordo che, necessariamente, richiede l'adesione del curatore; a meno di volerlo considerare semplice interveniente adesivo.

    Con il ricorso incidentale il C. deduce l'errore della sentenza impugnata, ai fini della correzione della motivazione, per non avere esaminato altre questioni in conseguenza della adozione di una diversa ratio decidendi.

    In particolare rileva che la sentenza di primo grado era stata notificata a cura della parte, che aveva eletto domicilio in modo diverso rispetto a quanto avvenuto in primo grado, e cioè presso l'avv. Mandaglio anziché presso...

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