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Estremi:
Cassazione penale, 2011,
  • Fatto

    RITENUTO IN FATTO

    Il TdR di Roma, con il provvedimento di cui in epigrafe, ha confermato il decreto di sequestro preventivo emesso a carico di B.M., sottoposta a indagine con riferimento ai delitti di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte e di bancarotta fraudolenta.

    Ricorrono per cassazione i difensori e deducono:

    1) carenza e contraddittorietà della motivazione in ordine alla configurabilità della ipotesi criminosa D.Lgs. n. 74 del 2000, ex art. 11, nonchè violazione dell'art. 84 c.p., atteso che, in ragione del principio di specialità, la fattispecie resta assorbita in quelle di bancarotta, atteso che, una volta intervenuto il fallimento, il Fisco è "trattato" secondo il principio della par condicio creditorum. Ciò per altro emerge anche dalla relazione governativa al decreto legislativo sopra indicato Erra il TdR nel ritenere il reato fiscale un reato proprio, atteso che esso può esser commesso solo da chi è gravato dall'obbligazione tributaria;

    2) mera apparenza della motivazione. La giurisprudenza di legittimità ha ritenuto che anche il decreto di sequestro probatorio deve essere sostenuto da adeguata motivazione. A maggior ragione ciò vale per il sequestro preventivo. Al proposito, va inoltre osservato che il reato D.Lgs. n. 74 del 2000, ex art. 11 non è produttivo di profitto, atteso che i beni sottratti al Fisco già appartenevano all'agente. A tutto voler concedere, gli immobili in questione non costituiscono profitto, ma corpo del reato, che non può essere assoggettato a sequestro preventivo.

    Quanto alla sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza, il TdR si limita a richiamare esclusivamente le deduzioni del GIP, nè alcuna motivazione è prodotta in ordine alla "pericolosità" dei beni;

    3) erronea applicazione...

  • Diritto

    CONSIDERATO IN DIRITTO

    Il ricorso è fondato e merita accoglimento.

    Quanto alla prima censura, si deve ricordare che il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 11, come è noto, recita: "salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto,..aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri beni, idonei a rendere, in tutto o in parte, inefficace la procedura di riscossione coattiva".

    Orbene, da un lato, non può essere dubbio che quella descritta dalla norma in questione sia una condotta distrattiva (portata ad esecuzione o con negozi simulati, o, genericamente, con "atti fraudolenti"), dall'altro, è di tutta evidenza che il delitto di bancarotta patrimoniale L. Fall., ex art. 216, costituisce "piùgrave reato" (reclusione da 3 a 10 anni).

    Tanto premesso, va ricordato l'insegnamento delle SU di questa Corte (sent n. 1235 del 2010/2011, ric. Giordano e altri, RV 248864), per le quali, in caso di concorso di norme penali che regolano la stessa materia, il criterio di specialità ex art. 15 c.p. richiede che, ai fini della individuazione della disposizione prevalente, il presupposto della convergenza di norme debba ritenersi integrato in presenza di un rapporto di continenza tra le norme stesse, alla cui verifica deve procedersi mediante il confronto strutturale tra le fattispecie astratte, configurate e la comparazione degli elementi costitutivi che concorrono a definirle.

    Ora, per quanto si è appena detto, la sottrazione (fraudolenta) al pagamento delle imposte è (può essere) un momento di una complessiva strategia distrattiva, volta consapevolmente a danneggiare chi sui beni sottratti avrebbe titolo per soddisfarsi.

    E, se ...

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