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  • Fatto

    Fatto e diritto

    Con la sentenza impugnata la Corte d'appello di Milano ha confermato la dichiarazione di colpevolezza di A. R. in ordine al delitto di cui all'art. 232 legge fall., addebitatogli per avere incassato crediti della fallita s.r.l. "Lo S.", di cui era stato amministratore, inducendo in errore i debitori sulla sua qualità di legittimo destinatario dei pagamenti.

    Ricorre per cassazione A. R. e sostiene che il reato configurabile è la truffa, non quello contestato, perché i crediti non sono beni fallimentari, perché la condotta è stata consumata ai danni dei creditori fallimentari, non ai danni della società fallita, e perché l'abusivo incasso di quei crediti può essere considerato un raggiro, non una sottrazione di beni.

    Il ricorso è infondato.

    Secondo quanto prevede l'art. 1189 c.c. il debitore che esegue il pagamento a chi appare legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche, è liberato se prova di essere stato in buona fede; ma chi ha ricevuto il pagamento è tenuto alla restituzione verso il vero creditore, secondo le regole stabilite per la ripetizione dell'indebito. E secondo la giurisprudenza civile di questa Corte, l'obbligo di restituzione incombe comunque su colui che ha ricevuto il pagamento, indipendentemente dalla liberazione o meno del debitore, perché l'accertamento della buona o della mala fede di costui all'atto del pagamento, "se ha rilevanza nei rapporti fra lo stesso ed il vero creditore ai fini della sua liberazione dall'obbligazione non ha influenza in ordine all'obbligo di restituzione da parte del creditore apparente" (Cass., sez. I, 7 dicembre 1967, n. 2903, m. 330548).

    Ne consegue che nel caso in esame A. R. commise certamente una truffa ai danni dei debitori...

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