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  • Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    C.F. conveniva davanti al tribunale di Roma la USL (OMISSIS) di Roma e la s.p.a. ASSA, quale gestore della casa di cura (OMISSIS), assumendo che era stato ricoverato d'urgenza presso l'Ospedale (OMISSIS), dove gli veniva diagnosticata una gastrite e veniva sottoposto a trasfusioni di sangue; che, il giorno successivo, dimesso, si faceva ricoverare presso la clinica (OMISSIS), dove veniva sottoposto ad intervento di resezione gastrica, a seguito del quale erano state necessarie altre trasfusioni; che successivamente accertava di essere affetto da epatite C. L'attore chiedeva quindi la condanna del soggetto, che tra la struttura pubblica o privata fosse risultato responsabile del contagio da epatite C a seguito di trasfusione con sangue infetto.

    Si costituivano i convenuti e la Assa chiamava in causa la sua assicuratrice per responsabilità civile, RAS, che si costituiva.

    Il Tribunale rigettava la domanda, ritenendo che non risultava provato il nesso causale tra uno dei due soggetti ed il contagio da epatite.

    La Corte di appello di Roma, adita dall'attore, con sentenza depositata il 27.4.2004, rigettava l'appello.

    In particolare la corte di merito, pur ritenendo nella fattispecie sussistente l'ipotesi del danno da attività pericolosa, per l'intrinseca pericolosità dell'attività trasfusionale, riteneva che non fosse stato provato il nesso causale tra uno dei due soggetti, che avevano praticato le trasfusioni al C., e l'infezione contratta da questi, in quanto dagli accertamenti effettuati non risultava quali delle trasfusioni (tra quelle fatte presso la casa di cura e quelle fatte in Ospedale) avesse provocato l'infezione, risultando la responsabilità alternativa tra le due strutture. La sentenza da atto che l'attore ha rinunziato nel corso del giudizio alla sua domanda nei confronti della USL, insistendo solo nella domanda nei confronti della s.p.a. ASSA. Avverso questa sentenza ha proposto ricorso per...

  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    1. La causa è stata rimessa alle Sezioni Unite, presentando questioni di massima di particolare importanza relative: al nesso causale in tema di responsabilità civile, segnatamente in ipotesi di danno da attività pericolosa; al riparto ed al contenuto dell'onere probatorio.

    Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 2050 e 2043 c.c., nonchè l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia.

    Il ricorrente afferma che, pur avendo la sentenza di appello correttamente affermato che l'attività trasfusionale sia attività pericolosa e che dalla documentazione prodotta si poteva escludere la preesistenza dell'infezione rispetto al ricovero ed affermare la probabilità del contagio come conseguente alle emotrasfusioni, contraddittoriamente aveva poi concluso nel senso del difetto di prova del nesso causale della responsabilità della casa di cura. Secondo il ricorrente nelle attività pericolose la dimostrazione del nesso causale si atteggia diversamente rispetto alle altre ipotesi da responsabilità extracontrattuale, non essendo necessaria la dimostrazione di un nesso tra un fatto specifico imputabile all'agente ed il fatto dannoso, essendo sufficiente la sola probabilità fondata sulla causalità generica che una certa attività possa produrre un certo evento. Assume poi il ricorrente che, sebbene la casa di cura avesse l'obbligo di legge di riportare nella cartella clinica i dati identificativi delle sacche di sangue trasfuse, al fine di risalire al donatore ed agli accertamenti dell'inesistenza di virus, tanto non era stato provato dalla convenuta ASSA. 2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione degli artt. 1223, 2236, 2697, 2727, 2729 c.c., nonchè della L. n. 107 del 1990, e dei D.M. Sanità 27 dicembre 1990, e D.M. Sanità 15 gennaio 1991, nonchè il vizio motivazionale dell'impugnata...

Correlazioni:

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