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  • Fatto

    SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

    Con sentenza 10-1-95, G. P. P., titolare dell'impresa agricola denominata

    Agricola Resteya, veniva dichiarato fallito dal tribunale di Treviso innanzi al quale proponeva opposizione, ai sensi dell'art. 18 della legge fallimentare, sostenendo che l'attività di ortoflorovivaista, da lui svolta, non aveva natura commerciale bensì agricola e, perciò, si sottraeva alle procedure concorsuali ex art. 1 legge fallimentare. In particolare, affermava che la coltivazione svolgentesi totalmente in serra e soltanto nei mesi invernali, rimaneva soggetta al rischio ambientale e che l'azienda, anche a prescindere da un effettivo collegamento con il fondo, per il solo fatto della soggezione al rischio tipico, dipendente dal ciclo biologico delle piante, rientrava tra quelle di cui alla disposizione sostanziale citata

    Con sentenza n. 567/97 del 14-4-97, il tribunale rigettava l'opposizione ritenendo che la tesi del rischio biologico non avesse rilevanza essendo, in ogni caso, necessario, ai sensi della norma citata, uno stretto collegamento funzionale tra attività esercitata e fondo rustico che, nel caso di specie, andava escluso. Date le dimensioni dell'azienda, escludeva, inoltre, che si trattasse di attività agricola connessa.

    Avverso tale pronunzia il P. proponeva impugnazione innanzi alla corte d'appello di Venezia che, con sentenza del 10-2/15-3-2000, l'accoglieva.

    Assumeva la corte di merito che, tenuto conto del cambiamento del contesto socioeconomico, e, dunque, basandosi su un'interpretazione evolutiva dell'art. 2135 c.c., occorre verificare, ai fini della qualificazione dell'attività agricola, non tanto se sia coltivazione diretta del fondo, quanto il fatto che la produzione dipenda da un ciclo biologico che, nonostante le tecniche di perfezionamento, non è mai controllabile e, rispetto al quale, il fondo può ridursi a sede...

  • Diritto

    MOTIVI DELLA DECISIONE

    In linea preliminare deve disporsi la riunione dei ricorsi. Col 1^ il ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli art 1 l.f. e 2135 c.c., nonché omessa insufficiente e contraddittoria motivazione su punti decisivi della controversia, osservando che, in base alla lettera chiarissima della norma codicistica, per determinare la natura agricola dell'attività, è necessario un collegamento funzionale fra attività esercitata e fondo, rivelandosi necessario un rapporto fra impresa e suolo, da cui la prima trae occasione e forza determinante.

    Del resto, anche la relazione ministeriale, richiamata nella decisione impugnata, è chiara quando afferma che l'espressione agricoltura è assunta dal codice nel senso più ampio di esercizio dell'attività rivolta allo sfruttamento della terra, e delle sue attività produttive, sia che tale sfruttamento consista nella coltivazione del fondo o, invece, nella silvicoltura e nell'allevamento. del bestiame. Ciò vuol dire che non può prescindersi dal fatto che detta attività, in ogni caso, deve trarre forza determinante dal fondo agricolo.

    La corte veneziana stravolge il senso della norma, laddove afferma che la condizione necessaria per l'attività agricola è l'incidenza del rischio biologico e non la presenza del fondo o l'utilizzazione dello stesso, o qualsivoglia collegamento con la terra. Trattasi, piuttosto, d'interpretazione sostanzialmente abrogativa dell'art. 2135 c.c. che non tiene conto del dettato normativo, in quanto riduce il fondo a mera sede dell'attività produttiva, con la conseguenza che qualsiasi attività, a prescindere dal collegamento col fondo, viene così ad essere sottratta al fallimento.

    La motivazione è, peraltro, meramente apparente in quanto è totalmente obliterato ogni elemento di fatto della causa, risolvendosi in un'acritica adesione alla teoria agronomica del rischio biologico di...

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