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Estremi:
Corte Costituzionale, 1972,
  • Fatto

    Ritenuto in fatto:

    1. - Nel procedimento penale a carico di Guglielmo Antinori, imputato dei reati di cui agli artt. 216, n. 1, e 217 del r.d. 16 marzo 1942, n. 267 (contenente la disciplina del fallimento, del concordato preventivo, della amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), il tribunale di Roma con ordinanza del 13 febbraio 1970 denunciava, per violazione dell'art. 24 della Costituzione, gli artt. 15, 16 e 18 della detta legge fallimentare e più precisamente la norma dell'art. 15 che prevede "solo la facoltà del tribunale di esaminare il debitore prima di emettere la sentenza dichiarativa di fallimento" e le altre norme per ragioni di connessione e di conseguenzialità.

    A proposito della rilevanza della questione il tribunale riteneva che l'eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 15 avrebbe invalidato la sentenza dichiarativa di fallimento e così avrebbe fatto venir meno uno degli elementi costitutivi dei reati di bancarotta contestati.

    La questione sarebbe non manifestamente infondata perché l'art. 15 non assicurerebbe il contraddittorio nella fase del procedimento anteriore alla dichiarazione di fallimento e non consentirebbe al debitore di far valere le proprie istanze e ragioni.

    Davanti a questa Corte, dopo che l'ordinanza è stata regolarmente comunicata, notificata e pubblicata, si è costituito l'Antinori, a mezzo degli avvocati Antonio Rivolta ed Egidio Franco, il quale ha concluso per la fondatezza della questione.

    Non è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri.

    Per l'Antinori l'art. 15 non assicurerebbe il diritto di difesa perché è affidata al tribunale solo la facoltà di sentire il fallito in camera di consiglio, perché la semplice audizione del fallito non soddisfa...

  • Diritto

    Considerato in diritto:

    1. - Con le nove ordinanze indicate in epigrafe vengono prospettate questioni di legittimità costituzionale relative a norme del r.d. 16 marzo 1942, n. 267 (contenente la disciplina del fallimento, del concordato preventivo, della amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa): si assume che non garantiscano il diritto di difesa le norme di cui agli artt. 15, 16 e 18; 147, comma primo; 162 e 195, comma secondo, e che vadano contro il principio di eguaglianza quelle di cui all'art. 217, commi primo e secondo.

    Con una delle sopradette ordinanze, inoltre, in sede di applicazione dell'art. 217, comma secondo, si denunciano, per violazione dello stesso art. 3, le norme previste dagli artt. 19 e 21 del codice di procedura penale.

    Le questioni così sollevate presentano notevoli analogie ovvero sono sostanzialmente connesse; i relativi giudizi possono, pertanto, essere riuniti e decisi con unica sentenza.

    2. - La denuncia relativa agli artt. 15, 16 e 18 della legge fallimentare, per contrasto con l'art. 24, comma secondo, della Costituzione, è stata avanzata dal tribunale di Roma, con ordinanza del 13 febbraio 1970, nel procedimento penale a carico di un imprenditore commerciale tratto a giudizio per rispondere dei reati di cui agli artt. 216, n. 1, e 217 della detta legge.

    Secondo il giudice a quo, la questione sarebbe rilevante perché l'eventuale dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 15 invaliderebbe la sentenza dichiarativa di fallimento, e farebbe venir meno uno degli elementi costitutivi dei reati di bancarotta contestati, ed il diritto di difesa non sarebbe garantito perché, a sensi dell'art. 15, il tribunale non è tenuto a sentire il debitore prima di dichiararne il fallimento.

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