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Estremi:
Corte Costituzionale, 2000,
Classificazione:
  • Fatto

    Ritenuto in fatto

    1.- Nel corso di un giudizio promosso dal curatore fallimentare per ottenere la condanna di un debitore al pagamento del credito vantato nei confronti di quest'ultimo dal fallito, il Tribunale di Milano in composizione monocratica - di fronte all'eccezione del debitore convenuto di compensazione di tale credito con quello contrapposto, già scaduto, a lui ceduto da un terzo nell'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento - ha sollevato, in riferimento all'art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art. 56, secondo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui non prevede che la compensazione non abbia luogo se il creditore ha acquistato il credito per atto tra vivi nell'anno anteriore al fallimento, anche se il credito è scaduto.

    Il rimettente - richiamata la giurisprudenza della Corte di cassazione sulla non revocabilità ai sensi dell'art. 67 del regio decreto n. 267 del 1942 di una siffatta cessione del credito, non essendo quest'ultima un atto del fallito - ritiene che il differente trattamento normativo previsto nel caso di acquisto per atto tra vivi di un credito scaduto (nel quale la compensazione è ammessa) rispetto a quello di un credito non scaduto (nel quale la compensazione è vietata) non sia giustificabile alla stregua dell'evocato parametro costituzionale, perché, secondo quanto denunciato anche dalla prevalente dottrina, la ratio del divieto di compensazione mediante un credito non scaduto - cioè l'esigenza di non violare il principio del concorso sostanziale dei creditori - varrebbe ugualmente nel caso di credito scaduto e perché sussisterebbe altresì, anche in tale ipotesi, il pericolo di favorire lo sviluppo di un mercato dei crediti vantati nei confronti dell'imprenditore...

  • Diritto

    Considerato in diritto

    1.- Il Tribunale di Milano, in composizione monocratica, dubita - con riferimento all'art. 3 Cost. - della legittimità costituzionale dell'art. 56, secondo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nella parte in cui non prevede che la compensazione non abbia luogo se il creditore ha acquistato il credito per atto tra vivi nell'anno anteriore al fallimento, anche se il credito è scaduto. Secondo il rimettente, la denunciata norma riserva un'ingiustificata disparità di trattamento all'ipotesi di acquisto per atto tra vivi, da parte del debitore del fallito, nell'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento, di un credito scaduto (o che scada prima del fallimento) verso il fallito, rispetto all'ipotesi di acquisto, ferme le altre condizioni, di un credito ancora non scaduto: mentre in quest'ultimo caso la compensazione tra i contrapposti crediti è esclusa dal legislatore, nel primo caso è invece ammessa, nonostante che ricorrano le identiche esigenze di non violare il principio del concorso sostanziale dei creditori e di evitare la creazione di un mercato dei crediti verso l'imprenditore insolvente.

    2.- La questione non è fondata.

    2.1.- L'art. 56 della legge fallimentare è composto da due commi. Nel primo si dispone, in deroga al tendenziale principio della par condicio creditorum, che i creditori hanno diritto di compensare con i loro debiti verso il fallito i crediti vantati verso di lui, ancorché non scaduti prima della dichiarazione di fallimento. Il secondo comma stabilisce - quale eccezione a tale regola - che, "tuttavia", "per i crediti non scaduti la compensazione (...) non ha luogo se il creditore ha acquistato il credito per atto tra vivi dopo la dichiarazione di fallimento o nell'anno...

Correlazioni:

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